Mi è apparso Keith Jarrett
50 una pausa sussurra “non è affatto male”. Paolo Uva, che ha ideato l'evento, privilegia da anni il pianoforte come luogo elettivo della battaglia tra l'ideale utopico (il bel canto) e la difficoltà realizzativa/esecutiva (legata alla meccanica di un tasto che si abbassa, e di un suono in parte percussivo, che decade subito dopo l'emissione). Quando fu inventato, si pensò che alcuni artifici potessero ricreare la finzione della voce attraverso l'escussione delle dinamiche. Uno strumento a percussione che canta! una contraddizione, esattamente come Napoli, la città smemorata, che invece ricorda. Un luogo autoreferenziale che si apre alla creatività incessante del jazz. Anche Jarrett 'canta' e 'fa cantare' il piano. Il mago di Köln non studia mai prima dei concerti solistici, preferisce andare in cerca dei suoni delle città, e quel suono, a Napoli, riesce a reperirlo. Ha chiesto la suite Caruso, e guarda lo stesso mare, le stesse colline decrescenti, le sagome del Vesuvio e del più rassicurante Somma. Anche Chopin, ormai famoso, diceva a Lenz che “il concerto è un momento terribile”, ma Jarrett ha bisogno del pubblico: lui produce il suono, ma il vero “tasto” lo fornisce la reazione della gente. “Dicono che maltratto il pubblico, ma non hanno capito che tocca a loro chiudere il cerchio disegnato da me. Suono la musica che nasce nella mia testa e se c'è troppo rumore, non parliamo dei dei videofonini, non riesco più a sentirla, quella musica. Il mio pubblico ideale è succoso”, entra in un virtuoso, e chiede una tematicità che viene fuori pian piano col dipanarsi della matassa improvvisativa. Non avevo mai sentito Keith completare con la voce intere frasi melodiche, come accade flash feed- back
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