Mi è apparso Keith Jarrett

48 e armonie europee (nel fraseggio veloce e nel basso ostinato del primo brano tra mille influenze si catturano echi di Monk e Debussy), jazz tradizionale, ardite incursioni modali, pirotecnici tuffi nell'avanguardia e struggenti ripiegamenti sulla classica ballad (magnifica la lenta melodia che chiude la prima parte del concerto). Il pubblico ascolta in religioso silenzio, si pasce di quelle cascate di suoni improvvisati, di quegli arpeggi insistiti e cupi, di quelle note ribattute ora ipnotiche, l'attimo dopo swinganti; s'infiamma alla fine di ogni brano, per poi ricomporsi in un deferente silenzio prima che il maestro riattacchi. Non si sa mai che un colpo di tosse lo indispettisca e se ne vada; ma stavolta è di ottimo umore... Quando nel silenzio qualcuno tossicchia Jarrett lo incita col gesto, quasi sorridendo: poi riparte. Suona con quelle incredibili mani da virtuoso che sanno trasformare la tecnica in calore, con incredibili arzigogoli o con pochissime note ripetute. Sembra di individuare un tema famoso, un percorso armonico logico che poi Jarrett personalizza liberandolo dalla consuetudine. Così gli echi di Bud Powell e James P. Johnson (guarda caso un re del boogie blues che studiò con un allievo di Rimskij-Korsakov) di Bach e del boogie di Jimmy Yancey e Pinetop Smith (come testimonia il sontuoso boogie blues che apre i bis) più che citazioni sono inevitabili riflessi della suamente onnivora (...).

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