Mi è apparso Keith Jarrett
47 La garanzia di trovarsi di fronte un genio assoluto, un jazzman, «un totalizzatore pianistico» che ha digerito e rielaborato nel suo stile qualche secolo di storia pianistica. Il timore che la sua arte venga frenata dalle bizze, dai capricci, dai postumi di quella benedetta sindrome da affaticamento che ha rovinato la vita a lui e ai fan. Questi gli stati d'animo del pubblico del San Carlo di Napoli lunedì, prima della performance di piano solo di Keith Jarrett, grande evento dell'Angeli Musicanti Festival. Cinque anni ci son voluti per convincerlo a suonare a Napoli; poi due mesi fa un sì che ha lasciato di stucco gli organizzatori stessi (...). Dopo un avvio circospetto, atonale, che annusa in tutte le direzioni (...) - mette dita, cervello e cuore al servizio di una musica senza confini che cresce, si scalda e si scioglie in cinquemagnifici bis. La meta di Jarrett è sempre la stessa: trasformare il suono in un unicum senza confini. Nato con il jazz, cerca di risolverne il problema fondamentale: creare musica «organizzata» senza tarpare le ali all'improvvisazione ma pure senza scivolare nel caos. Romantico senza automoderazione, lo definì il critico Joachim Ernst Berendt. Nello show di lunedì forse più realista che romantico, certo senza moderazione (vivaddio) nel fondere blues di Redazione
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