Mi è apparso Keith Jarrett
46 Plebiscito o la Certosa di Capri. Poi, all'improvviso, Jarrett si è deciso a venire (...). È sceso nel capoluogo partenopeo qualche giorno prima dello show, per respirare l'odore, il cibo, i rumori segreti della città. Si è rintanato, con qualche capriccio, nella suite dell'Hotel Vesuvio dove Caruso terminò i suoi giorni, davanti a Castel Dell'Ovo, "lì dove il mare luccica e tira forte il vento". Poi si è concesso a quanti lo attendevano al San Carlo: molti fans erano arrivati direttamente dall'America. Nel palco reale, anche un incuriosito Guido Bertolaso. Jarrett ha ripetuto il suo prodigio (che forse, se diventerà un disco, non sfigurerà di fronte ad altre sue registrazioni live, eccezion fatta per l'impareggiabile "Koln Concert") (...). Partito a caccia di un "cluster", di un grappolo di note vagamente free jazz, si è fermato di colpo dopo dieci minuti, come centrato al cuore da una freccia: lì ha attaccato un meditativo che era una ballad perfetta, celestiale, che ti costringeva a chiederti se non stesse imbrogliando, se quella composizione non esistesse già da qualche parte. Niente, lui la stava inventando in quel momento, e così ha continuato, tra furore sensuale e lirismo post-romantico, tra i fantasmi appena vagheggiati di Bach o Duke Ellington. Che di sicuro erano lì ad ascoltare quel suo esorcismo immateriale e travolgente. A un certo punto, travolto dagli applausi dopo una song maestosa, ha chiesto al pubblico di omaggiare non lui, ma quel demone di corde e tasti che nelle sue mani rinnovava il duello tra genio e possessione.
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