Mi è apparso Keith Jarrett
45 È una nota, una sola. Ma lui non può tollerare di averla sbagliata, e ricomincia da capo. Il brano è uno struggente standard sentimentale chiesto in prestito a Billie Holiday: tra le dita di Jarrett, "I'm a fool to want you" rinasce lì come un miracolo generato dal dio della musica, una folgorazione assoluta. A quel punto, dopo due ore di performance, il San Carlo rossiniano non vorrebbe più farlo andar via, e Keith stesso pare, a decifrare la sua ombrosa mimica, felice di essere lì, ispirato, illuminato come non sempre gli accade. Alla fine i bis saranno cinque: con la citazione per se stesso nel boogie travolgente di "Blues", la malìa profonda di "But beautiful" (firmato da Bill Evans e Stan Getz), la spudoratezza della cover sinatriana in "Lonesome old town" e il gran finale per l'incanto di "Over the rainbow", una delle sue riproposizioni favorite, come ben sa chi lo vide alla Scala, in un altro dei suoi rari, memorabili concerti per piano solo (...). Diversa cosa è quando il 64enne talento americano si trova in totale solitudine davanti alla tastiera: e vale la pena aspettare, come ha fatto Paolo Uva direttore artistico dell'"Angeli Musicanti festival", che per convincerlo alla sortita napoletana ha insistito per dieci anni, vedendosi anche rifiutare location come Piazza del di Stefano Mannucci
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