Mi è apparso Keith Jarrett

38 di Antonio Tricomi (...) Jarrett siede al piano, cerca tempestosamente le note sulla tastiera, affidandosi a tonalità basse e cupe. Canticchia, muove le spalle, si raccoglie sullo sgabello e poi si erge di fronte allo strumento. Frasi spezzate, quasi dissonanti: l' artista dà l' impressione di andare alla ricerca di qualcosa che lentamente, gradualmente riesce a trovare. Mettendo in scena non soltanto il processo creativo ma anche la necessità, strettamente musicale ma anche psichica, di raggiungere una forma. Ecco dunque i passaggi estatici, il lirismo, gli inevitabili echi blues e quasi rock, la tensione verso la cantabilità della melodie. Nel secondo dei due set di quaranta minuti di cui si compone il recital, Jarrett sembra esasperare questa logica. Parte percuotendo con le dita le corde del piano per poi arrivare a sonorità quasi da clavicembalo. Le perle melodiche incastonate nel procedere della performance sono forse troppo definite per poterle credere totalmente improvvisate. Ma la suspense consiste esattamente in questo, nel seguire i percorsi battuti da Jarrett per arrivarci. Tutto è chiaro con l' ultimo dei cinque bis, il classico di Harburg e Arlen "Over the Rainbow", ovvero la perfezione del pop, resa da Jarrett in una versione delicata e quasi minimale. Dal tempestoso magma d' inizio concerto alla perla purissima della conclusione. (...)

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