Mi è apparso Keith Jarrett
36 carattere. Appena una parolina, uno sguardo, una sottolineatura complice di un colpo di tosse, ma per lui è già tanto. Comincia percuotendo le corde, poi alterna il 'picking' ostinato della mano sinistra ad appoggi anticipati, in stile 'pulling off'. Siamo ancora nel campo delle composizioni istantanee, dellamanutenzione del jazz come arte dell'improvvisazione e del piano solo, ma sembra sempre più di ascoltarlo alle prese con qualche standard, rivoltato con gusto supremo. Dopo tre pezzi lunghi dai 6 ai 12 minuti - l'ultimo è un coitus interruptus, nemmeno due minuti, il maestro va via, apparentemente svuotato, senza più musica nella testa, nel cuore, sulle punta delle dita. Ma l'uragano di applausi ("Sei il numero uno", grida qualcuno; "Il numero uno dove?", risponde lui) gli ridà la chiave d'ingresso al regno delle sette note: 10 chiamate, 2 standing ovation e 5 bis testimoniano dell'eccezionalità della serata, che riparte con un 'Blues' jarrettiano cristallizzato e procede con una "I'm a fool to want you" caratterizzata da un errore. Nessuno se ne accorgerebbe se il sessantaquattrenne pianista di Allentown, Pennsylvania, non sentisse la necessità di ripartire daccapo con un comando al tecnico di registrazione: quel 'take two' è il segnale concreto dell'ipotesi della pubblicazione di un eventuale live "The San Carlo Concert" che farebbe la gioia di tanti. "But beautiful" e "Lonesome old time" sono tenere come una rêverie fuori tempo massimo, ma ineludibile, come il tono da canzoncina per bambini che accompagna il pianissimo di "Over the raimbow" (...). Il San Carlo, e il manager che ha firmato il colpaccio - Paolo Uva - ora dovranno far tesoro dell'esperienza.
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