Mi è apparso Keith Jarrett

35 All'inizio si guarda intorno corrucciato come sempre, a sedare/fulminare con gli occhi quegli spettatori colpevoli di tossire, forse anche di respirare rumorosamente.Alla fine, quando accoglie nei camerini i 50-60 fan più accaniti, è stremato, confuso e felice per un "pubblico così educato e silenzioso, capaci di entusiasmo e poi di tornare al silenzio in cui cresce la mia musica" (...). L'incipit è, come sempre, teso, incerto. Un fraseggio ostinato, velocemente monkiano, un cluster di note in cui si avverte improvvisamente che il divo più pagato e più scontroso del jazz ha già 'trovato' la direzione della serata. Jarrett si dimena sul seggiolino, si contorce, comincia il corpo a corpo con lo Steinway gran coda, accompagnando il suo recital con un canto gutturale. Uno squarcio lirico con note ribattute e smorzate apre la strada al concerto che verrà, con improvvisazioni che sembrano ballad e hanno la cantabilità del grande 'american songbook'. Il primo tempo snocciola quattro (o forse tre) improvvisazioni, qualcuna più marcatamente blues, ma sempre animate da un mood romantico e un tocco delicato, che usa il piano come un sax quando gli ruba soffio e respiro e regala una dimensione cameristica dove tutto (timbri, intensità, ritmi) è concertato all'unisono in una lezione di piano che evita qualsiasi sterile virtuosismo. Nel secondo set l'intesa con la platea è totale e Keith scherza sulla propria leggenda, sul proprio famigerato brutto di Federico Vacalebre

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