Mi è apparso Keith Jarrett

33 C'è qualcosa di eroico (fatta naturalmente la tara) nei concerti solitari di Keith Jarrett. Sarà il ricordo dell'epica cavalcata del Köln concert (che gli dette buona parte della sua fama). Sarà che ogni occasione richiama un'altra tappa della sua carriera, la famosa serata alla Scala (diventata a sua volta un album) (...). Sarà che si tratta dell'unica e ultima delle grandi star del jazz in attività. Sarà che le sue performance sono sempre accompagnate da un alone di mistero, lo stesso pianista sessantaquattrenne assicura che non sa mai quello che suonerà fino al momento in cui non tocca i tasti del suo pianoforte (rigorosamente Fabbrini): il primo suono è come un seme (sono sue parole) , poi germoglia l'improvvisazione. E così è stato ieri sera al San Carlo, il teatro napoletano portato al principe regnante del jazz dallo stesso direttore artistico (Gianni Tangucci) che gli aprì le porte della Scala. Non è stato facile averlo: una corte di cinque anni da parte di Paolo Uva, il direttore della rassegna Angeli musicanti, un ventaglio di location rifiutate, da piazza Plebiscito alla Certosa di Capri (Jarrett non ama suonare all'aperto, specie quando è da solo e non in trio). Poi, quest'anno, l'improvviso sì, la richiesta del San Carlo (lui stesso l'ha definita 'crazy option') e addirittura l'arrivo a Napoli due giorni prima, con soggiorno nella città e di Marco Molendini

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